justitia-bn.png

Guida in stato di ebbrezza: niente casellario se reato è estinto per lavori di pubblica utilità

Con la sentenza in esame la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 24 del d.P.R. 14 novembre 2002, n. 313, nella parte in cui non prevede (tanto nella versione antecedente quanto in quella successiva alle modifiche apportate dal decreto legislativo 2 ottobre 2018, n. 122), che nel certificato del casellario giudiziale richiesto dall’interessato non siano riportate le iscrizioni della sentenza di condanna per uno dei reati di cui all’art. 186 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (guida sotto l’influenza di alcool), che sia stato dichiarato estinto in seguito al positivo svolgimento del lavoro di pubblica utilità, nonché dell’ordinanza che dichiara l’estinzione del reato medesimo; ha dichiarato altresì l’illegittimità costituzionale dell’art. 25 t.u. casellario giudiziale, nel testo in vigore anteriormente alla sua abrogazione ad opera del d.lgs. n. 122 del 2018, nella parte in cui non prevede che nel certificato penale del casellario giudiziale richiesto dall’interessato non siano riportate le iscrizioni di cui sopra.

I giudizi a quibus
La pronuncia della Consulta scaturisce da giudizi concernenti persone che erano state condannate allo svolgimento del lavoro di pubblica utilità, e che avendo successivamente ottenuto la declaratoria di estinzione del reato in seguito al suo positivo svolgimento, miravano ad ottenerne la non menzione nei certificati del casellario a richiesta dei privati (vale a dire il certificato generale, di cui al previgente art. 24 d.P.R. 313/2002, e il certificato penale, di cui al previgente art. 25 dP.R. Cit. unificati nel solo «certificato del casellario giudiziale richiesto dall’interessato», dal d.lgs. n. 122 del 2018, con efficacia a decorrere da ottobre 2019) al fine di evitare i pregiudizi connessi a detta menzione, quali ad esempio, il difficile reperimento di un’attività lavorativa.

A sollevare la questione sono stati, rispettivamente, la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione e il Tribunale di Napoli, i quali, con argomentazioni più o meno equivalenti, hanno censurato la mancata previsione della non menzione, nei certificati del casellario chiesti dall’interessato, dei provvedimenti concernenti la sanzione sostitutiva del lavoro di pubblica utilità (applicabile, come noto, in caso di condanna per le contravvenzioni di guida sotto l’influenza dell’alcool di cui all’art. 186 cod. strada), e, più in particolare, della sentenza che dispone tale sanzione e del successivo provvedimento che dichiara estinto il reato in caso di svolgimento positivo del lavoro di pubblica utilità.

Nello specifico, i giudici a quibus hanno lamentato la violazione degli articoli 3 e 27 Cost.

In relazione all’art. 3 Cost., hanno evidenziato la disparità di trattamento tra i soggetti cui il reato ex art. 186 codice della strada sia stato dichiarato estinto per positivo svolgimento del lavoro di pubblica utilità, i quali non beneficiano della non menzione del relativo provvedimento nei certificati a richiesta dei privati e coloro che, concordando una pena o non opponendosi a un decreto penale o limitandosi ad attendere il decorso del tempo necessario a determinare l’estinzione del reato con pena sospesa condizionalmente o, ancora, ottenendo il riconoscimento di particolare tenuità del fatto, beneficiano già oggi della non menzione dei relativi provvedimenti.

In relazione all’ art. 27 Cost., i medesimi giudici hanno sottolineato come la previsione della menzione dei provvedimenti di cui all’art. 186, comma 9-bis, cod. strada sia in contrasto con il finalismo rieducativo della pena, in quanto suscettiva di creare a colui che abbia concluso con successo lo svolgimento del lavoro sostitutivo difficoltà nell’accesso a nuove opportunità lavorative, senza che ciò possa ritenersi giustificato dalla tutela di controinteressi costituzionalmente rilevanti.

La sentenza della Consulta
La Corte ha ritenuto fondate le questioni prospettate con riferimento a entrambi i parametri evocati.

Richiamando le argomentazioni svolte con sentenza n. 231 del 2018, nella quale aveva censurato l’omessa previsione della non menzione dei provvedimenti relativi alla messa alla prova nei certificati del casellario richiesti da privati, la Corte ha osservato che il lavoro di pubblica utilità, disposto quale sanzione sostitutiva per la contravvenzione di cui all’art. 186 cod. strada, alla stessa stregua della messa alla prova, implica lo svolgimento di un’attività in favore della collettività, e pertanto, in caso di esito positivo della stessa, esprime una meritevolezza maggiore rispetto a quella manifestata da chi patteggi la pena o non si opponga all’emissione di un decreto di condanna nei suoi confronti, beneficiando per ciò stesso della non menzione nei certificati del casellario richiesti dai privati.

Inoltre, la menzione nei certificati del casellario richiesti dall’interessato di una vicenda processuale ormai definita per esito positivo del lavoro di pubblica utilità, il quale dà conto della rieducazione compiuta dal condannato, contrasta con la ratio della stessa dichiarazione di estinzione del reato, in quanto pregiudica in termini reputazionali colui a carico del quale il fatto sia stato precedentemente ascritto con prevedibili difficoltà nell’accesso a nuove opportunità lavorative, senza che ciò possa ritenersi giustificato dalla tutela di controinteressi costituzionalmente rilevanti

Analogamente a quanto affermato con sentenza 231 del 2018 per la messa alla prova, infatti, anche in questo caso l’esigenza di garantire che la sanzione sostitutiva del lavoro di pubblica utilità non sia concessa più di una volta (art. 186, comma 9-bis, ultimo periodo, cod. strada) e che in caso di recidiva nel biennio sia revocata la patente (art. 186, comma 2, lettera c, cod. strada) è già adeguatamente soddisfatta dall’obbligo di iscrizione dei provvedimenti in questione e della loro menzione nel certificato “ad uso del giudice”.

Sulla scorta di tali considerazioni la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale degli articoli 24 e 25 del d.P.R. 14 novembre 2002, n. 313 nei termini sopra specificati.

Condividi il post

area personale

Iscrizione alla Newsletter