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Confisca diretta e prova della lecita provenienza del denaro

Il sequestro di somme sul conto è sempre finalizzato alla confisca diretta anche se l’interessato prova che il denaro deriva da un titolo lecito? (Cass. 7021/2021)

Con ordinanza 17 novembre 2020 – 23 febbraio 2021, n. 7021 (testo in calce) la Sesta Sezione della Corte di Cassazione ha adito le Sezioni Unite, formulando il seguente quesito “se il sequestro delle somme di denaro giacenti su conto corrente bancario debba sempre qualificarsi finalizzato alla confisca diretta del prezzo o del profitto derivante dal reato anche nel caso in cui la parte interessata fornisca la “prova” della derivazione del denaro da un titolo lecito”.

Sul punto, la Corte di Cassazione, anche a Sezioni Unite, ha fissato nel corso del tempo una serie di principi cardine, in virtù dei quali perché il profitto possa rilevare in sede di sequestro – atto prodromico alla confisca – e di confisca, deve essere corroborato dal requisito della pertinenzialità, nel senso che deve rappresentare il risultato in via immediata e diretta del reato che lo presuppone (in tal senso Cass., Sez. Un., 3 luglio 1996, n. 9194, Chabni, Rv. 205707; Cass., Sez. Un., 24 maggio 2004, n. 29951, Focarelli; Cass., Sez. Un., 24 maggio 2004, n. 29952, Romagnoli; Cass., Sez. Un., 25 ottobre 2005, n. 41936, Muci, Rv. 232164; Cass., Sez. Un., 27 marzo 2008, n. 26654, Fisia Impianti, Rv. 239924; Cass., Sez. Un., 25 giugno 2009, n. 38691, Caruso). In altre parole, tra la res ed il reato deve sussistere, anzitutto, un nesso di pertinenzialità. In tal guisa, il criterio della pertinenzialità, come appena prospettato, rappresenterebbe parametro dirimente ai fini della individuazione di cosa può essere, o meno, confiscabile. Cionondimeno, la stessa giurisprudenza di legittimità ha precisato che, pur volendo ammettere la confiscabilità dell’utilità che sia mediata, è comunque fisiologicamente necessario individuare il profitto originario e, conseguentemente, accertare l’iter attraverso cui è avvenuta la sua trasformazione (cfr. Cass., Sez. Un., 25 ottobre 2007, n. 20208, Miragliotta, Rv. 238700). Inoltre, il profitto ed il mutamento patrimoniale di cui ha beneficiato il reo devono essere imprescindibilmente connessi da un nesso eziologico. Ne deriva che un qualsivoglia vantaggio futuro, immateriale ovvero non ancora materializzatosi in termini squisitamente economico-patrimoniali, non può costituire un “profitto” (In tal senso Cass., Sez. V, 28 dicembre 2013, n. 10265, Banca Italease s.p.a., Rv. 258577; ma, sul punto, v. anche Cass., Sez. Un., 27 marzo 2008, n. 26654).

Alla stregua di quanto appena detto, giova rilevare che, secondo un arresto giurisprudenziale meno risalente delle Sezioni Unite del Supremo Consesso, la nozione di profitto funzionale alla confisca deve essere inteso in senso molto più ampio. Ne discende che il concetto di profitto involge “non soltanto i beni appresi per effetto diretto ed immediato dell’illecito, ma anche ogni altra utilità che sia conseguenza, anche indiretta o mediata, dell’attività criminosa la trasformazione che il denaro, profitto del reato, abbia subito in beni di altra natura, fungibili o infungibili, non è quindi di ostacolo al sequestro preventivo, il quale ben può avere ad oggetto il bene di investimento così acquisito. Il concetto di profitto o provento di reato dovrebbe intendersi come comprensivo non soltanto dei beni che l’autore del reato apprende alla sua disponibilità per effetto diretto ed immediato dell’illecito, ma altresì di ogni altra utilità che lo stesso realizza come conseguenza anche indiretta o mediata della sua attività criminosa” (così Cass., Sez. Un., 30 gennaio 2014, n. 10561, cit.). In tal guisa, ne deriverebbe, come ha osservato certa dottrina, una ingiustificata applicazione della confisca diretta mediante una patologica estensione del concetto legislativo di profitto, il cui profilo nozionistico investe pacificamente anche i beni che abbiano subito una trasformazione. Pur tuttavia non può disattendersi il dato tale per cui deve sussistere un nesso di pertinenzialità tra la res e il reato posto in essere dall’agente.

Conformemente a quanto statuito nel suddetto arresto giurisprudenziale, le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno ribadito in un’altra pronuncia che “il concetto di profitto o provento di reato legittimante la confisca deve intendersi come comprensivo non soltanto dei beni che l’autore del reato apprende alla sua disponibilità per effetto diretto ed immediato dell’illecito, ma altresì di ogni altra utilità che lo stesso realizza come conseguenza anche indiretta o mediata della sua attività criminosa” (così Cass., Sez. Un., 24 aprile 2014, n. 38343, Tyssen, Rv. 261117).

Secondo altro ed opposto orientamento giurisprudenziale, invece, il profitto costituisce esclusivamente il vantaggio immediato e diretto eziologicamente derivante dal reato (in tal senso, Cass., Sez. Un., 26 giugno 2015, n. 31617, cit.). In senso conforme a tale ultima tesi giurisprudenziale si pone la Corte di Cassazione con l’ordinanza in esame.

Per ciò che attiene precipuamente la questione prospettata con ordinanza di rimessione dalla Sesta Sezione, giova rilevare che a seguito della pronuncia delle Sezioni Unite Lucci, si sono registrate nel corso del tempo molteplici sentenze della giurisprudenza di legittimità che sono state impegnate dall’arduo compito di riportare al caso concreto i principi enunciati nel suddetto arresto giurisprudenziale.

Tra le innumerevoli sentenze che si pongono in linea di continuità si ritiene opportuno segnalare un recentissimo arresto giurisprudenziale della Terza Sezione della Suprema Corte (sent. n. 7434/2021) secondo cui “ove il prezzo o il profitto c.d. accrescitivo derivante dal reato sia costituito da denaro, la confisca delle somme depositate su conto corrente bancario, di cui il soggetto abbia la disponibilità, deve essere qualificata come confisca diretta e, in considerazione della natura del bene, non necessita della prova del nesso di derivazione diretta tra la somma materialmente oggetto della ablazione e il reato; e ciò, implicitamente, proprio perché la natura fungibile del bene, che, come sottolineato dalle Sezioni Unite Lucci, si confonde automaticamente con le altre disponibilità economiche dell’autore del fatto, ed è tale da perdere – per il fatto stesso di essere ormai divenuta una appartenenza del reo – qualsiasi connotato di autonomia quanto alla relativa identificabilità fisica, rende superfluo accertare se la massa monetaria percepita quale profitto o prezzo dell’illecito sia stata spesa, occultata o investita”. In ragione di ciò, la Corte di Cassazione ha rilevato che “ove si abbia invece la prova che tali somme non possano proprio in alcun modo derivare dal reato … non sono sottoponibili a sequestro, difettando in esse la caratteristica di profitto, pur sempre necessaria per potere procedere, in base alle definizioni e ai principi di carattere generale, ad un sequestro … in via diretta”. Nella specie ne conseguiva la confisca dei beni giacenti sul conto corrente a fronte della mancanza di prove idonee a dimostrarne la lecita provenienza.

In definitiva, il problema sollevato dalla Corte di Cassazione nell’ordinanza in esame attiene al “se sia possibile una conformazione, una definizione dei “confini” dei principi affermate dalle Sezioni unite con la sentenza “Lucci” in ragione del diritto di difendersi “provando” da parte dell’indagato e della esigenza, nel rispetto degli artt. 25 e 27 Cost. e artt. 6 e 7 CEDU, di non attribuire natura punitiva alla confisca diretta, snaturandone in tal modo natura giuridica, funzione, statuto”.

per il download:

https://images.go.wolterskluwer.com/Web/WoltersKluwer/%7B41e01740-28c0-4421-a9dc-380470082afe%7D_cassazione-penale-ordinanza-7021-2021.pdf

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